Frontespizio

Le conclusioni provvisorie sono come i massi che ci consentono di attraversare un piccolo fiume: saltiamo dall'una all'altra, e possiamo farlo di volta in volta solo perché i "massi" precedenti ci hanno portato a quel punto.

«Che cosa rimane del pensiero critico, se rinuncia alla tentazione di aggrapparsi a schemi mentali, a retoriche e ad apparati argomentativi prefabbricati e di sicuro effetto scenico (manicheismo, messianismo, settarismo, complottismo, moralismo e simili...)? Non perde forse la sua capacità di attrarre l'attenzione dell'uditorio distratto facendogli sentire il suono delle unghie che graffiano la superficie delle cose?» può domandarsi qualcuno.
No, al pensiero critico non servono “scene madri” né “effetti speciali”; anzi, quanto più si dimostra capace di farne a meno, tanto più riesce a far comprendere la fondatezza e l'urgenza dei propri interrogativi. (In my humble opinion, of course!)

mercoledì 1 aprile 2015

Euro ed Europa: quando una speranza si affievolisce e nasce un'accigliata delusione

Il dilemma del momento

Non sembrano esserci dubbi: la disputa del momento è sull'euro.

L'idea che “non avessimo alternative” migliori dell'ingresso nella moneta unica non mi ha mai convinto: a mio parere ha rappresentato fin dall'inizio la parte più debole del ragionamento dei sostenitori dell'euro. Molti di loro infatti – si ricorderà – tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila affermavano che al di fuori dell'euro “sarebbe stata la catastrofe” per la lira e per l'Italia. Non c'è, né mai ci sarà, la prova della fondatezza della loro asserzione.

Soltanto con un'operazione fantascientifica (nel senso letterale del termine) avremmo potuto duplicare la storia italiana, magari creando un “universo parallelo” e facendo sì che esistessero due Italie che, nello stesso periodo e alle stesse condizioni (sociali, economiche, politiche, ecc.), arrivate al bivio, prendessero ciascuna una strada diversa. Due Italie uguali in tutto salvo che in un dettaglio: una avrebbe aderito all'euro e l'altra no. Soltanto grazie a questo esperimento fantascientifico di “duplicazione” avremmo potuto appurare chi avesse ragione, confrontando giorno dopo giorno lo “stato di salute” delle “due Italie”; in mancanza di questa possibilità, i sostenitori dell'euro non possono fregiarsi del titolo di “salvatori della patria”. Si appuntano da soli la medaglia sul petto, si sa, ma questo, anche dal punto di vista dello stile, non è serio...


E' anche vero, però, che neppure i sostenitori a oltranza della lira possono dire “senza ombra di ragionevole dubbio” cosa sarebbe successo se non avessimo aderito alla moneta unica europea, per le stesse ragioni di cui sopra.
In casi come questo, è difficile, anzi impossibile, disporre di una controprova decisiva. Dobbiamo regolarci “a fiducia”... o sulla base delle impressioni: “oggi sto peggio di ieri; sicuramente con la lira mi sarebbe andata meglio” (sicuramente? Forse, chissà...).

In ogni caso, ripeto, non si può sostenere se non in maniera del tutto arbitraria che “non ci fossero alternative”: la verità è che abbiamo fatto una scelta, una tra quelle possibili, e l'abbiamo fatta in condizioni che non sono state determinate dal “caso” o dalla “natura delle cose”, ma dalla politica (ad es., il meccanismo di conversione fra lira ed euro); quella scelta, come tutte le scelte, era soggetta ad errori, abbagli, ecc., dunque non può ritenersi al riparo da critiche, revisioni, ecc.

Detto con maggiore chiarezza, abbiamo scommesso sull'euro, fidandoci di alcuni modelli e di alcune previsioni, ma non disponendo di elementi sicuri di giudizio (non disponiamo in effetti della “palla di vetro”... o qualcuno sostiene il contrario?); e le scommesse, com'è noto a chiunque, si possono anche perdere.

Qualcuno può far notare, in proposito: “Ma molte scelte che prendiamo, molte innovazioni sulle quali investiamo, molte riforme che realizziamo sono in fondo scommesse; certo, prima di imbarcarci in una nuova impresa, facciamo calcoli, previsioni, non ci muoviamo alla cieca, ma se dovessimo evitare in modo assoluto il rischio, l'alea, dovremmo rimanere immobili, come e dove ci troviamo.”

Questo è senz'altro vero; però un conto è sapere in partenza che stiamo scommettendo (sulla base di alcuni calcoli e previsioni) su un percorso dall'esito incerto o comunque non del tutto sicuro; un altro conto è credere – sulla base di enunciati retorici e informazioni incomplete o fuorvianti – di essere davanti a una scelta obbligata, il cui esito è scontato e positivo, e scoprire soltanto a cose fatte che si trattava di una scommessa.

Il dibattito politico (e qui la responsabilità è, com'è ovvio, principalmente di politici e opinion makers “influenti”) avrebbe dovuto a suo tempo sottolineare pro e contro (e non soltanto in maniera entusiastica e lirica i “pro”) della scelta che ci trovavamo ad affrontare (l'abbandono della lira e l'ingresso nell'euro), mettendo in luce il carattere dilemmatico della decisione. Lo so, così facendo l'opinione pubblica si sarebbe potuta “spaventare” e la “festa” dell'adesione all'euro avrebbe corso il rischio di non poter essere celebrata, con gran disappunto di coloro che allora suonavano la grancassa a tutto spiano.

In questi casi si comprende come le nostre classi dirigenti siano convinte non solo che il popolo “non sa decidere” (il che a volte può anche essere confermato dai fatti), ma soprattutto – cosa a mio parere più grave – che non bisogna dargli gli strumenti per “conoscere e deliberare”. Non bisogna insomma, a detta di costoro, fornire al popolo tutti i dati e gli elementi di un problema; non bisogna presentarglielo come una questione aperta, rispetto alla quale sono ammessi contributi, osservazioni e riflessioni da parte di chiunque, bensì come un dilemma già risolto (dagli “esperti” e “sapienti” di fiducia dell'élite dirigente), ovvero come un “non-problema”, sul quale è inutile che la “gente comune” affatichi le meningi, perché c'è chi ci ha già pensato ed è arrivato alla giusta conclusione. Dibattito chiuso, dunque; anzi, mai aperto...

[E, se ritorniamo un momento sulla questione del popolo che “non sa decidere”, possiamo renderci conto che – se non vengono fornite tutte le informazioni necessarie per decidere, se non si dà modo all'opinione pubblica di aprire un dibattito serio e vasto su temi importanti come questo – è quasi scontato che poi la cosiddetta “gente comune” non possa decidere bene...]

Inoltre, sarebbe buona norma evitare espressioni generiche come “l'euro” (o qualsiasi altra cosa) “ha fatto bene all'Italia”, oppure (il che è equivalente) “l'Italia (o il Paese) ci ha guadagnato”.
Bisognerebbe infatti essere più accurati e precisi, ovvero meno evasivi, nel fornire dati e informazioni: quali settori (produttivi e sociali) del Paese ci hanno guadagnato e quali ci hanno rimesso? Questa è la domanda più appropriata.
Infatti è ben difficile che da una riforma o da un'innovazione economica come la sostituzione della moneta nazionale con l'euro, abbiano tratto tutti indistintamente e soltanto benefici.

E i guadagni degli uni hanno compensato le perdite degli altri? Se sì, in che modo?
E' stato un bene recare (eventualmente) svantaggi a determinate categorie sociali o produttive? Se sì, per quale ragione?
Bisognerebbe dare risposta a questi interrogativi con un'analisi puntuale, seria, non approssimativa e non reticente. Farei attenzione soprattutto all'ultima domanda, dato che non è mai una responsabilità da poco quella di recare nocumento a intere categorie di persone, anche se talora si ritiene di farlo in nome di “superiori interessi” e “delle magnifiche sorti e progressive” eccetera. (Dietro le cifre, le statistiche, di aziende che chiudono, o di disoccupati che aumentano, ci sono infatti innanzitutto esseri umani: sarà banale dirlo, ma è utile ad ogni modo ricordarlo in certe circostanze...)

Non ci sono cambiamenti, riforme e rivoluzioni che portano solo vantaggi e non danneggiano nessuno: posto che ci è ormai difficile, smaliziati come siamo, dar credito a certe “meraviglie” simili alla “chimera” del moto perpetuo, non è indifferente capire se i vantaggi sono andati prevalentemente a settori già dominanti della società e dell'economia (leggasi: la classica riforma imposta dall'alto per salvaguardare determinati interessi elitari) o se invece si sono distribuiti, per così dire, in maniera equa (è questa la parola chiave: non basta una distribuzione qualsiasi, un semplice “premio di consolazione” per gli sconfitti), sia pure in un lungo lasso di tempo, nella popolazione e specialmente nelle classi sociali più lontane dalle “cabine di regìa” del sistema.

Fra i sostenitori dell'uscita dall'euro (alla quale alcuni hanno già trovato un nome popeuroexit), vi sono teorici ed economisti che elaborano analisi serie, interessanti, che andrebbero prese in considerazione e non liquidate con aria di sufficienza e scrollatine di spalle da parte di chicchessia.

Mi permetto però di distinguere i teorici ed accademici che riflettono con scrupolo scientifico sulle opportunità e sulle ricadute positive offerte dall'ipotesi di uscita dall'euro, nonché sulle conseguenze che nel breve, medio e lungo periodo si determinerebbero nell'economia nazionale, e in genere coloro che almeno si informano con attenzione, da coloro che “a pelle” (in strada, sui social network, sulla stampa, ma anche nei partiti) pensano che sia meglio uscire dall'euro, senza tuttavia sottrarsi alla tentazione ben poco razionale e ragionevole di attribuire a questo evento auspicato una funzione genericamente salvifica e psicologicamente “liberatoria”.

I sostenitori avvezzi più alla tifoseria o alla fede nei “miracoli terreni” che all'analisi attenta, infatti, non di rado si avventurano in ragionamenti e discorsi dai quali si evince che attribuiscono all'uscita dall'euro la capacità di dar vita a una specie di “età dell'oro”.

Scambiando qualche parola con alcuni di loro, ho percepito proprio una sorta di fede incrollabile non in una semplice ripresa dell'Italia, bensì in un ritorno all'Italia degli anni Ottanta o anche dei primi anni Sessanta (il favoloso “boom”), e forse anche di più: ho sentito parlare di piena occupazione, di ricostruzione del tessuto industriale, di aumento demografico... e tutto questo solo in virtù del ritorno alla lira. [Per certi versi, sembra riproporsi il gioco Anche tu economista: mai le teorie economiche sono state così pop...]

Ho l'impressione insomma che qualcuno veda nella “riconversione” alla lira un atto dai contorni favolosi, che agirebbe come una vera e propria macchina del tempo, in grado di riportarci indietro negli anni, ripristinando (come minimo!) esattamente le stesse condizioni economiche e sociali dei periodi che hanno visto l'Italia crescere, migliorare i livelli di “benessere diffuso”, ecc.

Forse non conviene spingere i sogni fino a questo punto, a meno che non vogliamo ricadere ogni volta nello stesso errore...

Lo so, non è vietato sognare, può fare persino bene. Ma da svegli è sensato credere sul serio alla macchina del tempo?

Ad ogni modo non concentriamoci sugli eccessi dell'illusione e tentiamo di approfondire il ragionamento.


Una questione politica che viene da lontano

Non molti anni fa – non molti, sì, anche se sembra passato un secolo – ovvero all'incirca nel periodo in cui stavamo entrando nell'“universo di Maastricht”, e ben prima dell'avvento dell'euro [c'era tuttavia lo SME... e chi lo ricorda più? eppure è stato per anni, insieme al suo immediato predecessore, il serpente monetario, la “bestia nera” della politica italiana], la grande paura dell'economia italiana era rappresentata dai “Cinesi”: ricordo che all'epoca molti piccoli imprenditori ed esercenti si lamentavano della concorrenza distruttiva degli Asiatici e invocavano interventi del governo che non sono mai arrivati (“dovete abituarvi alla libera concorrenza!” era la parola d'ordine che veniva “dall'alto”). I “competenti” allora ci spiegavano che non c'era da aver paura “nel lungo periodo”, perché il nostro know how e soprattutto la nostra creatività non avevano paragoni e sulla lunga distanza avremmo vinto noi con la qualità dei prodotti e dei servizi.
Nel frattempo in realtà c'è chi ha chiuso i battenti; in alcune zone d'Italia già allora diverse attività sono state smantellate. La lunga distanza si è allungata sempre più... e oggi certi “competenti” fanno finta di non ricordare quegli accenti trionfalistici.

Una crisi già allora c'è stata, per alcuni (non pochissimi, però); non ha fatto notizia, perché non si è estesa a tutti i settori né a tutte le aree geografiche. (Se gli alberi cadono in zone troppo lontane dai centri che contano, non fanno notizia, no? Eppure sono alberi caduti esattamente come quelli che vengono registrati dalle statistiche, perché magari crollano al suolo nel bel mezzo del traffico cittadino...)


Adesso però i “Cinesi” sembrano “archiviati”, eppure sono ancora là. C'erano prima dell'euro; se l'euro andrà via, andranno via anche loro?

Questa è una battuta ovviamente: quel che voglio dire è che l'Italia del 1992-1995 non era già più quella degli anni Ottanta, e men che meno quella degli anni Sessanta: d'altra parte, chi non ricorda la “manovrona” del I governo Amato, 1992 (con prelievo forzoso sui conti correnti, introduzione dell'ISI poi divenuta ICI, ecc.), che costò grandi amarezze ai contribuenti e alle famiglie italiane? Era già un segno di crisi profonda dell'Italian way of life, e soprattutto dei nostri “timonieri” politici e finanziari, che sembravano navigare a vista... (Basti ricordare, sempre con riferimento ad Amato e a quell'annus horribilis, il tentativo da lui fatto di difendere la lira, rivelatosi controproducente e rimpiazzato poco dopo quindi da una politica di svalutazione, di segno nettamente opposto, peraltro non annunciata al Paese nelle dovute forme: della serie “non so dove sto andando, ma spero che mi vada bene”...).

Il sistema economico stava già mutando rapidamente a livello mondiale, e c'era chi a metà degli anni Novanta preconizzava la “fine dello Stato-nazione”, che sarebbe stato sostituito – a detta di certi guru (come Kenichi Ohmae) – da un “mix virtuoso” di governo locale e governo globale, che avrebbe liberato e messo in risalto le energie e le virtù del mercato, a tutto vantaggio del benessere generale.

Era un grande affresco, una “narrazione” direbbe qualcuno, che mirava a presentare nella maniera più accattivante possibile il progetto di grande liberalizzazione dei mercati finanziari che in quegli anni già si stava avviando. Come possiamo ora vedere, il declassamento degli Stati-nazione medi e piccoli da protagonisti a caratteristi di lusso della scena politica – medi e piccoli, sì, giacché la potenza dei grandi è tuttora intatta – ha coinciso con la riduzione del Welfare, ma non ci ha regalato tutte quelle gioie che i guru di cui sopra ci promettevano: niente Paese dei Balocchi, ahimè...

(Ancora una volta, vale l'avvertenza di poc'anzi: quando si propagandano cambiamenti “favolosi”, sarebbe buona norma anche specificare chi se ne avvantaggerà di più, chi di meno e chi ci rimetterà... anche a costo di rendere la presunta “buona novella” molto meno appetibile per i lettori.)

La “questione dell'euro” non va impostata secondo parametri economici; è infatti schiettamente politica. Va quindi ribaltato il discorso circa la “convenienza” o “non convenienza” dell'andarsene o del restare. Per meglio dire, non possiamo considerare l'autonomia e la libertà di decidere le politiche migliori per il nostro territorio come questioni marginali, che non toccano la convenienza intesa come parametro decisivo in ordine alla valutazione complessiva dell'ipotizzata defezione.
Nell'assetto attuale dell'Unione Europea, la moneta unica è uno degli elementi che fanno sì che gli Stati – determinati Stati, per la precisione – siano “commissariati istituzionalmente” (uno degli invisibili ossimori della costruzione europea): essi non hanno più una loro politica economica, giacché devono costantemente chiedere il permesso ad altri (il “visto”) per poterla attuare.

D'altra parte, non vi è più una vera “legge finanziaria” intesa come massimo atto di progettazione della politica economica nazionale, rimpiazzata com'è da una “legge di stabilità” che non è nulla senza il placet delle autorità europee. L'introduzione del cosiddetto Semestre europeo di coordinamento delle politiche economiche e di bilancio ha completato un'opera in più fasi, che ha avuto e ha come obiettivo quello di sottoporre gli Stati che hanno sottoscritto i vari patti legati all'unione monetaria (last, but also least il Patto di bilancio, il famigerato “Fiscal Compact”, conosciuto anche come Trattato sulla stabilità, che è stato preceduto dal non meno famigerato Patto di stabilità), a controlli sempre più stretti circa le decisioni di politica economica e di bilancio [basti pensare ai “pilastri” su cui poggia il suddetto Semestre, ovvero il Programma di Stabilità e il Programma Nazionale di Riforma, vagliati minuziosamente in sede europea (fateci caso: ma quante volte ricorre il termine stabilità nella normativa e nel lessico politico europei di questi ultimi anni? E quanti “rospi” da ingoiare ci vengono elargiti in suo nome? Sembra ormai davvero una parola-passepartout, da utilizzare quando i policy makers realmente influenti del nostro continente, o le loro “task force” tecniche, ritengono urgente “responsabilizzare” l'opinione pubblica affinché, in nome di un sì nobile principio, accetti di sacrificare ancora un po' quel che resta dell'autonomia dei singoli Paesi...)].

Non è certo un caso se le procedure connesse all'approvazione di questi documenti comportano un aumento dei poteri dei governi e dei premier, a scapito dei Parlamenti. Il modello decisionale ideale dell'Unione Europea è il “controllo permanente” da parte di un Panopticon minuziosamente disegnato in forma burocratica, che esige continue pianificazioni, imperniate essenzialmente su impegni “a riformare” che gli Stati devono incessantemente sfornare. I governi nazionali assumono tali impegni e ne sono direttamente responsabili, sicché il ruolo dei Parlamenti nazionali si riduce a quello di classi di scolaretti continuamente minacciate di sanzioni disciplinari se “non ottemperano”. I parlamentari sono messi fra il “martello” del Panopticon europeo e l'“incudine” del governo nazionale, e non possono far altro che ottemperare, ottemperare fino allo sfinimento... Se si sottraggono a questo che è diventato il loro principale, se non esclusivo, dovere, mettono “nei guai” il loro Paese (contro il quale vengono avviate procedure che portano a sanzioni) e “in difficoltà” il governo che “ha preso impegni” con il Supremo Panopticon.

Che gli Stati – certi Stati – siano costantemente costretti a svolgere “compiti a casa” (metafora che sembra entrata ormai, non a caso, nella retorica ufficiale dei consessi europei) è quantomeno sconcertante.

Proprio come in una scuola – di quelle rigide, vecchio stile – i vari popoli europei si vedono assegnare un punteggio: a ciascuno la propria “pagella”... I popoli-scolari che non fanno bene i propri compiti vengono costretti a sfilare in cortile indossando orecchie da somaro, mentre gli altri, popoli-scolari diligenti, con le pagelle a posto, facendo cerchio con visi minacciosi intorno ai reprobi, attivano i loro megafoni (stampa, esperti, opinion leaders, ma anche agenzie di rating all'occorrenza...) per indirizzare grida di dileggio (i classici “Buuh...”) ai popoli-scolari negligenti.

E dall'alto, presidi e professori sorridono compiaciuti mentre si preparano a comminare “sanzioni esemplari” a quei popoli-scolari che stanno dando “cattivo esempio” e rovinano la “reputazione della scuola”.

Addirittura, con una prosa volutamente ambigua, che sembra suggerire più che imporre ma che di fatto sottintende un obbligo inderogabile [*] (certo, lo “zelo” di certe maggioranze politiche nazionali, a volte anche bipartisan, fa il resto...), come compiti a casa vengono assegnate alcune riforme costituzionali: è il caso della riforma dell'art. 81 della nostra Costituzione (la controversa riforma che introduce nella nostra Carta fondamentale il principio del pareggio di bilancio).
Se un'autorità qualunque può imporre a uno Stato la riforma della sua Costituzione, che è anche l'architrave del suo “patto sociale”, il ruolo del Parlamento di quel determinato Stato viene sostanzialmente eroso fino all'osso, giacché si riduce a puro “contorno”, rappresentazione teatrale come certe rievocazioni in costume: un puro “omaggio alla tradizione” senza più alcuna rilevanza politica. E col Parlamento vengono privati di sostanziale potere i suoi elettori, i cittadini, nel momento stesso in cui le istituzioni europee formalmente li omaggiano e sembrano metterli al centro delle proprie preoccupazioni (“Tutto questo lo facciamo per il vostro bene: tagliamo le unghie e gli artigli di quei cattivoni dei vostri Stati, accidenti! Dovreste esserci grati!”).

Un modello essenziale di riferimento per la UE sembra essere costituito dagli USA – basti pensare al fatto che qui gli Stati Uniti vengono costantemente omaggiati e celebrati come “la più grande democrazia del mondo”, il che vorrà pur dire qualcosa, no? 
Eppure – bella contraddizione costitutiva europea – non si vuole procedere verso un concreto federalismo. E in effetti gli Stati sulla carta restano sovrani, e hanno un peso notevole in alcune istituzioni importanti, come il Consiglio dell'Unione Europea [che ha tra i suoi poteri quello di approvare la legislazione e il bilancio UE] o una delle sue formazioni più influenti, il Consiglio “Economia e Finanza” (ECOFIN); dall'altro lato, però, gli Stati non sono posti su un piano di parità, ma si creano egemonie etnico-nazionali, non sancite in nessun documento specifico ma operanti sul piano della prassi.

Per quale motivo infatti, in una “Unione” che – qualunque sia la sua natura (interstatale, federale, confederale, quasi-federale, ecc.) – dovrebbe essere innanzitutto democratica e non imperiale, alcuni Stati sembrano decidere anche per gli altri, dal momento che i loro rappresentanti finiscono per incarnare il “centro che conta” dell'intera Unione e diventano anzi sinonimo, oltre che simbolo privilegiato, di Europa?

L'Unione Europea nei fatti si avvia ad essere una riedizione dell'Impero Austro-Ungarico, multietnico sì, ma egemonizzato da alcune etnie e nazionalità “più uguali” delle altre...

Un elemento decisivo e importante del federalismo statunitense è la pari dignità degli Stati membri (i “favolosi cinquanta” rappresentati nelle stelle della bandiera); questo principio si traduce ad esempio nella norma che impone un eguale peso numerico agli Stati membri all'interno del Senato, la Camera che rappresenta appunto i singoli States dell'Unione.

Nell'Unione Europea il Parlamento è monocamerale; non è previsto alcun Senato eletto in maniera simile a quello statunitense. Non credo sia un caso. Il Parlamento europeo deve in teoria rappresentare i cittadini europei a prescindere dalla loro nazionalità, deve cioè annullare istituzionalmente le differenze nazionali e culturali. Se questo si traducesse in una reale irrilevanza degli Stati, ci sarebbe almeno una logica coerente (che si potrebbe comunque condividere o meno). Invece, una volta annullata simbolicamente la rappresentanza degli Stati, per fare spazio a quella dei “cittadini disincarnati”, accade che gli Stati non scompaiono affatto dalla scena, ma il loro peso risulta diseguale; gli Stati insomma, cacciati dalla porta, “rientrano dalla finestra”, ma allineati secondo una gerarchia di potenza.

Se l'euro è uno strumento al servizio di questa logica “imperiale”, che sancisce egemonie etnico-nazionali (benché “non scritte”...), il suo ruolo (politico) è deleterio e tutt'altro che “democratico”.

Va aggiunto però che – date le premesse – non è solo l'euro il problema; è la stessa architettura politico-istituzionale della UE a non funzionare. La prassi politica degli “assi” fra le presunte “potenze europee” contraddice i “bei princìpi” dei Trattati.

Vogliamo insomma una riedizione dell'Impero Austro-Ungarico travestita da “non-federazione-larvatamente-democratica” oppure una Unione effettivamente democratica e allergica a qualsiasi egemonia etnico-nazionalistica?

Che senso ha subire “parametri” che impongono ai popoli mediterranei di “essere tedeschi”? E' così difficile capire che in una gara del genere – la gara a “chi è più tedesco” – ci sarà sempre un solo vincitore, il “tedesco originale”, ovvero la Germania, che – col sostegno di altri Paesi vicini al Mare del Nord, affezionati al modello socio-economico di quelle latitudini, ritenuto a priori insuperabile  ha imposto le regole del gioco agli altri, garantendosi con ciò stesso la propria imperitura egemonia?


Prospettive?

E' difficile concordare comunque con l'ottimismo di alcuni “sovranisti”, poiché al momento non basta una moneta nazionale, e forse neppure l'eventuale “sganciamento” dalla UE, per ridare allo Stato nazionale le “leve di comando” della sua politica economica. Trovo arduo immaginare, infatti, che si possa metter mano seriamente alle regole riguardanti i mercati finanziari, se non con “rivoluzioni combinate” decise da un cospicuo numero di eventuali “Stati dissidenti”. Ma di tutto questo si dovrebbe calcolare attentamente la “convenienza”, perché è questo oggi il valore prioritario: la ricerca della convenienza; libertà e autonomia (non parliamo poi della giustizia e dell'equità sociale!) sono considerate soltanto in subordine.

Temo che in quest'epoca, se qualcuno ci dimostrasse che “è più conveniente” (economicamente, finanziariamente, ecc.) essere schiavi che liberi, rinunceremmo volentieri a qualsiasi ideale di libertà e di emancipazione. Il Risorgimento, le lotte di liberazione nazionale, le rivoluzioni, le barricate in nome del pane e della dignità (il 1848, la Comune di Parigi...) oggi sarebbero impensabili, alle nostre latitudini: anche se per assurdo ci trovassimo sotto il più oppressivo dei domini imperiali o sotto una dittatura che ci facesse pressoché tutti schiavi, un economista o anche un opinion leader qualsiasi ci direbbero che impegnarsi in certe lotte o credere in certi ideali “non conviene”, giacché “rovinano il PIL” e la “reputazione sui mercati”; e quasi tutti noi accoglieremmo con gioia un verdetto che in cuor nostro già accarezzavamo. Il vecchio detto (o meglio principio di vita) “Franza o Spagna purché se magna” ha fatto scuola ed ha esteso la sua influenza ben oltre i confini dell'Italia, mi par di capire...

Se vera sovrana d'oggi è la convenienza “dell'individuo”, le radici stesse del discorso fatto fin qui sono dunque molto fragili. E' bene saperlo, anche se questo non vuol dire rinunciare a esporre determinate idee, analisi e convinzioni. E del resto, nel mondo non si dà completa e disperante immobilità, e lavorando con passione e tenacia, anche un terreno ingrato può produrre frutti.


_____

[*] Dice il Patto di Bilancio, all'art. 3, paragrafo 2: “Le regole enunciate al paragrafo 1 producono effetti nel diritto nazionale delle parti contraenti al più tardi un anno dopo l'entrata in vigore del presente trattato tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale – o il cui rispetto fedele è in altro modo rigorosamente garantito lungo tutto il processo nazionale di bilancio”.
Preferibilmente costituzionale, dunque, dice alla lettera il testo: non è formalmente un'imposizione, ma talune “nazioni zelanti” come l'Italia amano risultare prime della classe nello svolgimento dei loro “compiti a casa”.

6 commenti:

  1. ti ringrazio per questa tua analisi, sopratutto per aver(ci) ricordato la situazione pre Euro.
    Mi hai fatto ridere quando dici" Mai le teorie economiche sono state così pop ..." sagace e lucido :)
    Finalmente sono riuscita ad incastrare tanti tasselli.
    bel post.ciao!

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    1. Ti ringrazio. Felice che ti sia stato utile questo mio post :-)
      Mi sembrava necessario ricordare la situazione pre-Euro, sia pure assai schematicamente, perché noto ogni giorno di più che la memoria del passato, anche di quello molto recente, latita nelle nostre analisi della realtà d'oggi; è come se il presente sommergesse tutto e ci impedisse di vedere altro, sia dietro che davanti a noi. Già se ci sforziamo di immaginare cosa è accaduto due anni fa in Italia (non dico nel mondo!) ci prende una strana angoscia: ma perché, davvero è successo qualcosa due anni fa?

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    2. purtroppo, hai pienamente ragione.

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  2. ciao...volevo augurarti una bella primavera...se può valere ancora,
    Silvia, cioè Xtc aveva molta stima di te, ma penso che tu questo lo sappia...e le farebbe piacere sapere che continui a scrivere ed a divulgare le tue conoscenze per noi ignoranti :)
    ciao!

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    1. Grazie :-)
      Pensieri, riflessioni e ricerche sono la materia prima del dialogo: non sono fatti per produrre soliloqui; sarebbe un triste spreco...
      Condividere il sapere è importante e gratificante - è uno dei più bei doni che si possano fare e ricevere, secondo me. Non necessariamente porta onori e ricchezze; anzi...
      Ci dà però la grande opportunità di incontrare (sia pure virtualmente, come qui sul Web) l'animo degli altri, le loro intelligenze, le loro speranze, le loro parole cariche di vita.
      Ricordo "Xtc", certo che sì... Ogni volta che mi affaccio su "Blogger" ricordo i suoi post arguti, ironici, intelligenti. Forse proprio la tristezza di saperla andata via irrimediabilmente mi ha tolto per un po' la voglia di scrivere ancora qui; poi ad un certo punto mi è parso che in fondo le avrebbe fatto piacere sapere che insisto, e che seguo la stessa rotta nel leggere la realtà e nel presentarla (spero) senza trucchi e senza banalizzazioni, senza "categorie" prefabbricate (che lei giustamente non amava). E quindi torno, persisto...
      Ti confesso che mi ha un po' commosso, ma mi ha anche fatto bene, questo tuo commento. Grazie.
      Ciao!

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